“Salvare la scuola nell’era digitale” e lo scivolone di Giovanni Reale

Il problema del se – e soprattutto del come – la tecnologia informatica possa aiutare la scuola è assai sentito. A me interessa molto, ed è parte del mio lavoro. In estrema sintesi penso che la tecnologia nella scuola sia utile ed inevitabile, anche se il “come” è la parte difficile – molto difficile. Sono assai interessato a sentire le opinioni contrarie alla mia, e così mi sono letto il libriccino di Giovanni Reale dal titolo “Salvare la scuola nell’era digitale“uscito quest’anno per i tipi di “La Scuola”.

Giovanni Reale è un accademico molto noto: storico della filosofia italiana, ha ricevuto per il suo lavoro varie onorificenza, quali tre Lauree Honoris Causa internazionali (in Polonia, Russia e Lichtenstein) e la nomina a Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana su iniziativa del Presidente della Repubblica (2011).

Giovanni Reale

Giovanni Reale

Il libro nasce da un’urgenza che Giovanni Reale ha sentito: rispondere al “diktat” ministeriale del marzo 2013 che impone la transizione dal libro cartaceo alla sua forma digitale (poi seguito, a settembre, da un secondo decreto).

L’opera di Reale fa costante riferimento alle opinioni di Clifford Stoll: citassimo, al punto che su 12 sezioni che compongono il libro (Introduzione, 10 capitoli e Conclusione) ben 6 si aprono con degli esergo contenenti una frase del suddetto.

In particolare, nel testo l’autore cita ampi brani di un lavoro di Stoll del 1999, il libro “Confessioni di un eretico high-tech – Perché i computer nelle scuole non servono e altre considerazioni sulle nuove tecnologie“, edizione italiana di Garzanti del 2000. Gran parte del lavoro di Reale riprende le tesi dell’autore americano (ammorbidendole un poco): direi che circa il 40% del libro commenta e riprende Stoll. Non deve esser parso vero a Reale di trovare in un padre di Internet un potente alleato!

Già, perché Reale presenta lo Stoll come “uno dei fondatori di Internet, ma anche uno dei primi che ha indicato gli effetti negativi che può produrre nella scuola” (p. 15), e “uno dei creatori di Internet” (p.44).  Purtroppo si tratta di un errore marchiano, oltre che  di una pessima scelta, come proverò ad argomentare.

Chi è dunque questo signore? Secondo Garzanti, “Clifford Stoll è professore di astronomia a Berkeley, ma è anche uno dei commentatori più autorevoli sullo sviluppo della rete“.

Ma ahimè, nessuna di queste affermazioni corrisponde a verità. Non ha partecipato all’ideazione di Internet. Non è professore di astronomia a Berkeley. E quanto all’autorevolezza, ne parliamo tra un attimo…

Per quanto non sia in grado di escludere con certezza assoluta che in passato lo Stoll possa forse aver avuto un impiego (marginale ?) presso la prestigiosa Università di Berkeley, egli non risulta fare parte del corpo accademico della stessa. Ma ripercorriamone la biografia. Clifford P. Stoll, nato nel 1951, ha ottenuto nel 1980 il PhD in astrofisica presso l’Università dell’Arizona discutendo la tesi “PhD9: Polarimetry of Jupiter at large phase angles“. In precedenza, durante il suo dottorato, aveva pubblicato (tra il il 1975 e il 1979) 4 articoli su Giove (Jupiter). Successivamente il suo curriculum scientifico conta – a quanto ho trovato – 4 articoli pubblicati tra il 1994 e il 1998 su meteoriti ed asteroidi, e qualche lavoro relativo a simulazione e all’uso di librerie grafiche in astronomia. Non è esattamente il curriculum scientifico di un luminare – difficile sia stato professore a Berkeley. Dopo la tesi di dottorato aveva lavorato al Lawrence Berkeley National Laboratory in qualità di system administrator (nome altisonante che significa tecnico informatico).

Ecco l’equivoco (o forse l’imbroglio) in cui è caduta Garzanti: non “professore di astronomia presso l’Università di Berkeley”, ma “tecnico presso il Lawrence Berkeley National Laboratory”, un (sia pur prestigioso) laboratorio governativo multidisciplinare situato a Berkeley, sulla collina sopra il campus della UCB (University of California at Berkeley). Professore? Lo è stato: in una terza media (eighth grade physics teacher) alla Tehiyah Day School di El Cerrito, California.

Tutto ciò forse non è particolarmente rilevante. Soprattutto però, in nessun modo è sostenibile che Stoll sia stato “uno dei creatori di Internet“, sebbene la sua notorietà sia di fatto legata ad Internet. Nel 1986 nell’ambito del suo lavoro come gestore di computer scoprì uno hacker (Markus Hess) che risultò legato al KGB. Su questo caso, nel maggio 1989 prestò testimonianza alla United States Senate Judiciary Subcommittee in una audizione sui virus di computer. Sulla vicenda scrisse un libro (“The Cuckoo’s Egg: Tracking a Spy Through the Maze of Computer Espionage“), ed un articolo (“Stalking the Wily Hacker“). Si trattò di uno dei primi casi di giurisprudenza relativa al digitale. Per quanto individuare lo hacker e raccogliere prove sia stato un lavoro di notevole importanza, nulla di quanto fatto dallo Stoll può lontanamente giustificare l’affermazione che si tratti di “uno dei fondatori di Internet“.

Stoll sfruttò la notorietà acquisita nel caso di spionaggio per scrivere un secondo libro: “Silicon Snake Oil” (1995). Ebbe una buona risonanza, anche perché l’uscita fu accompagnata da un articolo su Newsweek. Le tesi riportate erano principalmente delle previsioni riguardo all’impatto che Internet avrebbe avuto sulla società (“Why the Internet Will Fail”). Tra queste, predisse la scarsa fortuna di Internet nel mondo dei giornali e l’impossibilità che il commercio elettronico avesse successo.  Fortunatamente per loro, né Pierre Omidyar (ebay), né Jeff Bezos (Amazon) devono averlo letto. Probabilmente neppure presso il New York Times devono aver prestato troppa attenzione al libro…

Dall’anno successivo Stoll iniziò a ripetere una variazione sul tema, questa volta sull’impatto di Internet sul sistema educativo: “Internet will do little to resolve kids’ reading deficiencies, restore music and art programs, or enhance interpersonal communication opportunities.” da “On Surfing and Steering the Net. A Conversation with Crawford Kilian.” O’Neil, John, Educational Leadership, v.54 n.3 p.12-17 Nov. 1996. La tesi è poi stata sviluppata nel libro citato da Reale.

Infine, l’abiura, o meglio, l’ammissione dell’errore: nel 2010, nell’ambito di una interessante discussione on-line Curmudgeonly essay on “Why the Internet Will Fail” centrata sul suo libro del ’95, Stoll ebbe a commentare “Dei miei molti errori e strafalcioni, pochi sono stati così pubblici come le mie affermazioni del 1995. Sbagliato? Si. All’epoca stavo tentando di contrastare l’onda di commenti futuristici su come Internet avrebbe risolto i nostri problemi“. Autorevole?

Giovanni Reale dice: “Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione? (p. 36)”, “La società, oggi, tende assurdamente a considerare i puri dati di informazione offerti dagli strumenti di comunicazione multimediali superiori alla maturità e quindi al di sopra della saggezza. (p. 76)”.

Eppure, forse la saggezza sta (anche) nel saper raccogliere e vagliare informazioni, e nello scegliere meglio le fondamenta su cui basare le proprie tesi. Documentandosi un poco di più e meglio (magari con una piccola ricerca su google) avrebbe potuto scoprire quanto raccontato qui, e magari anche dare un’occhiata alla (patetica?) esibizione (ma forse sarebbe meglio definirla “clownerie”) di Stoll su TED del 2006. Nel video Stoll parla per oltre una quarto d’ora riuscendo a non dire nulla, cucendosi addosso un cliché da scienziato pazzo, con i capelli alla Einstein e tentando di impressionare il pubblico con citazioni della sua tesi di dottorato di 30 anni fa e di un ben noto esempio topologico (la bottiglia di Klein, una struttura geometrica correlata alla striscia di Moebious). Lanciandosi in una dimostrazione di come si dovrebbe fare didattica,  effettua una misura della velocità del suono che se per un verso è brillante (anche se si tratta di una variazione di una tecnica nota), dall’altro ha valore didattico quantomeno limitato. In sostanza, “he makes a fool of himself“.

Stoll

Insomma: penso che se il prof. Reale avesse approfondito un pochino, avrebbe proprio evitato di citare il personaggio, e dato più solida sostanza ai propri (rispettabili) argomenti.

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2 risposte a “Salvare la scuola nell’era digitale” e lo scivolone di Giovanni Reale

  1. laura ha detto:

    io ho letto il pamplhlet di reale e il libro di stoll, e non sarà professore a berkley e sarà pure un pazzo -cosa che si evince abbastanza facilmente dalle foto reperibili su internet- ma quello che scrive a me non sembra affatto stupido. io penso con terrore a una scuola senza libri, cosa che è già realtà altrove. a una società senza libri. l’obsolescenza dei supporti e dei formati condannerà all’oblio tutto quello che qualcuno (chi?) considererà non importante. dalla mia biblioteca sono già spariti molti libri che adesso sono reperibili – per quanto? – solo nella biblioteca centrale. non parlo di robe assurde, parlo per esempio dei tre-quattro romanzi di guido morselli che so che c’erano per averli presi a scaffale. i libri che non legge nessuno li eliminano per far posto a quello che piace. i libri sono cose che occupano posto.

  2. ronchet ha detto:

    Ma chi è che leva i libri di Morselli che ti piacciono dagli scaffali? Forse è colpa degli e-book? No, sono altri libri di carta che rubano loro il posto. E succede da sempre, non c’entra la tecnologia e non c’entrano gli e-book, e non c’entra l’obsolescenze dei formati: è carta contro carta, libro contro libro.
    Sai cosa piacerebbe a me? Che si riuscisse a fare discorsi razionali senza mescolare piani diversi che si intersecano solo a livello emotivo. Che per carità, è fondamentale per tanti aspetti, ma spesso rischia solo di generare una gran confusione.

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